Lorenzo Bandini, da meccanico a campione

(Barce, 21 dicembre 1935 – Monaco, 10 maggio 1967)
Il 21 dicembre del 2005 apparve sul Corriere della Sera uno strano necrologio. In realtà non era proprio un necrologio, era l’ultimo bacio a un campione morto parecchi anni prima: «Lorenzo Bandini, oggi avresti compiuto 70 anni. Ne avevi solo 31 quando te ne andasti in quel tragico giorno a Montecarlo. Ti ricordo, con i tanti tifosi e amici che ancora hai. Margherita».
Fra le migliaia di ritagli di giornale che io continuo a considerare un archivio, questo è quello che rileggo più spesso. A distanza di tanti anni l’ultima carezza della moglie del campione, costretta ad affrontare da sola la vita, forte e capace di ricostruirsi un futuro dopo averne immaginato uno finito al rogo fra le stradine del Principato.
E anche oggi, che ricorrono i 50 anni dalla morte di Lorenzo Bandini non ho potuto fare a meno di rileggere quel necrologio. Mezzo secolo, tanto è passato. Per chi non lo ha visto correre, Bandini resterà per sempre l’uomo che prima di morire aveva realizzato tutti i suoi sogni. Rimasto orfano a 15 anni, trovò lavoro presso un meccanico a Milano. E da lì incrociò tutte le strade della sua vita: iniziò a pagarsi le corse e si innamorò della figlia del proprietario, che ricambiò la sua passione.
Quell’amore cresceva mentre Lorenzo faceva carriera. Inutile mettersi a rileggere l’almanacco ma basti dire che nel 1965 Bandini si impose alla Targa Florio su una Ferrari insieme a Nino Vaccarella. Nel frattempo per lui si erano anche aperte le porte della F1: nel 1964 aveva vinto a Zeltweg, sempre su una Ferrari. E poi nei due anni successivi aveva raccolto due secondi posti a Montecarlo.
Da qui in poi però il destino mise insieme solo schiaffi, durissimi. Nel 1967 Ferrari affidò a Bandini il ruolo di prima guida in F1. E quella di Montecarlo doveva essere la gara-trampolino verso la corsa al Mondiale: era il sogno del meccanico, amato dal Drake e da tutti gli italiani, che diventava campione dal nulla.
Poi, è noto, tutto finì all’ottantaduesimo giro (all’ora ne erano previsti 100) del Grand Prix di Monaco, domenica 7 maggio 1967. Mentre era secondo, e stremato da una rimonta dall’ultimo posto, Bandini finì fuori pista all’uscita dal tunnel. La macchina che si capovolge e prende fuoco. Quando il pilota venne estratto aveva ustioni sul 90% del corpo e i medici dissero alla moglie che era giusto augurarsi per lui una fine rapida. Invece Bandini terrà l’Italia in sospeso per tre giorni: fino al 10 maggio, appunto 50 anni fa.
Io non c’ero, non ero ancora nato. Ma fra le mille cose che ho letto e conservo di questa storia mi colpiscono sempre i presagi delle due persone più importanti. Nello stesso momento Enzo Ferrari da Maranello davanti alla tv e la moglie Margherita dai box di Monaco vedono le fiamme e «sentono» che si tratta di Bandini. Lo scriveranno entrambi nelle proprie memorie. «Mi aveva dato un bacio prima del via, come sempre – racconterà anni dopo al Corriere della Sera la moglie Margherita -. Poi ha avuto un crollo fisico, ero ai box e all’ultimo passaggio l’ho visto allargare le braccia, come per dire ”non ce la faccio più”. All’83° giro non è passato, ho visto in lontananza un fungo di fumo e ho urlato: è Lorenzo è Lorenzo». Come se un destino già scritto dovesse impedire a tutti i costi il lieto fine alla favola. Come se tutti sapessero che era una storia troppo bella per non finire male.
Sono passati 50 anni.

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3 risposte a “Lorenzo Bandini, da meccanico a campione”

  1. Un grande campione che seppe distinguersi anche alla Targa Florio, lo ricordo spesso anche se ne ero sostenitore- bambino e ricordo ancora lo sgomento di fronte a quelle tremende fiamme

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