L’alba, la parabolica e le leggende della F1 La nostra Monza

Il primo ricordo è un rumore fortissimo, come un tuono che arriva a squarciare l’aria calma della domenica mattina. Poi c’è stato un lampo rosso e bianco. Tutto è iniziato così. La Formula 1 è un viaggio che inizia sempre presto. Quella domenica ci siamo svegliati alle 4 e io avevo da poco compiuto undici anni.
Di quella domenica ricordo perfino l’attesa. Mio padre aveva acquistato i biglietti per il gran premio di Monza a maggio. Aveva speso per me 70 mila lire. E all’epoca – internet non esisteva neppure nella mente dei registi di fantascienza – venivano spediti per posta. Ricordo che arrivarono a casa a giugno e io ogni mattina controllavo che fossero sempre nel cassetto, ben custoditi: da bambino temevo sempre che qualcuno o qualcosa potesse venire nella notte a rovinare il mio sogno. Una paura che non è mai passata, si ripresenta a ogni appuntamento importante della vita.

Dunque quella mattina del 7 settembre 1986 tutto era pronto per il mio primo ingresso a Monza. Niente prove il sabato, avremmo visto solo la gara. Era un giorno che attendevo da anni. All’epoca non c’erano le tribune numerate e dunque bisognava arrivare presto per accaparrarsi i posti più in alto.
Io e mio padre eravamo diretti con due amici alla tribuna Parabolica. Da quella volta in poi ogni volta che sono andato a Monza sono ripassato almeno una volta da quella tribuna, anche se poi ho sempre preferito acquistare i biglietti per la Good Year (oggi si chiama prima variante) per il rettilineo di partenza o per la Roggia.
Arrivammo in pista che erano da poco passate le sei, ricordo che albeggiava. Era bellissimo. Sapevo che bisognava attendere fino alle 10,30 per il warm up, una di quelle cose che può ricordare solo chi ha iniziato a vedere i gran premi prima degli anni Novanta, quando queste ultime prove mattutine nel giorno di gara furono abolite.
Contavo i minuti che mancavano all’accensione dei motori. E nell’attesa mio padre mi ha portato in giro per la pista. La conosco a memoria, la pista di Monza, l’ho scoperta e fissata nella mente quel giorno. Siamo andati a ritroso, risaliti fino alla Ascari sbirciando l’asfalto da un’altra tribuna, poi a Lesmo e di li siamo tornati alla Parabolica per attraversare il prato e fermarci dietro le recinzioni del paddock a sbirciare quel mondo.
Così sono passate quelle prime quattro ore. Mentre mio padre mi raccontava che da lì, dalla tribuna della Parabolica, aveva assistito in diretta alla morte di Von Trips, un’altra di quelle storie epiche che non scorderò mai: il tentativo di sorpasso azzardato, il decollo verso la parte sinistra della pista, la macchina che schizza via impazzita sulle tribune. I morti fra il pubblico. Cercate le scene su YouTube e capirete quel racconto di chi c’era….
Quelle quattro ore e le altre che dopo ci superarono dal via furono riempite dai ricordi della vittoria di Clay Regazzoni, della doppietta Scheckter-Villeneuve del 79, delle imprese di Lauda. C’era un’intera Iliade di piloti e macchine che riprendevano vita nei racconti durante quell’attesa. Fino a quando non ci fu il tuono e arrivò il lampo: era la McLaren di Alain Prost che mi passava davanti a un metro. Io speravo sarebbe stata una Ferrari, invece la prima macchina che ho visto dal vivo in vita mia è stata una McLaren: conservo ancora la foto scattata da mio padre.
Tutto è iniziato da lì. Potrei raccontarvi che quella gara, bellissima, la vinse Nelson Piquet su Williams davanti al compagno Mansell, che la Ferrari di Michele Alboreto arrivo’ terza a sorpresa, che la Lotus nera di Senna (come sempre in pole position) rimase ferma al via per un problema meccanico. Potrei raccontarvi tutto di quella gara, di cui ricordo ogni giro (anche se non c’erano i maxi schermi e io cercavo di decifrare ciò che diceva la radiocronaca dall’altoparlante). Ma non riuscirò mai a riprodurre l’emozione di quel giorno.
Ogni tanto, visto che sto invecchiando, mi capita di pensare ai giorni più belli della mia vita. E questo qui, questo 7 settembre del 1986, davvero non riesco a collocarlo. Per me è un giorno a parte, fuori da qualunque classifica.
Mio padre aveva in quel 1986 l’età che ho io adesso. Lo so, è un dettaglio ma io adoro i dettagli. Ci sono state tante altre Monza insieme, fino al 1998. Non ci vado da allora, col tempo abbiamo preferito le zingarate all’estero. E oggi ci torno. Sono cambiate tante cose, troppe, ma la Formula 1 e’ ancora parte della mia vita. Una parte essenziale. Il brivido che mi percorre la schiena ogni volta che vedo una Ferrari e sento quel rumore e’ sempre lo stesso. Le storie leggendarie dei piloti mi frullano ancora in mente e non mi sfugge mai il messaggio che c’era dietro il racconto di un sorpasso di Villeneuve o di una sfida persa in partenza da Alboreto: coraggio, fiducia in se stessi, mai mollare, essere determinati ma sempre corretti. Potrei proseguire all’infinito. Perché Monza è tutto questo. E sta per riaprirmi le sue porte. Non sarà all’alba, l’attesa sarà più vuota di altre perché non ci sono più racconti che riempiono il tempo. Ma anche così sono emozionato, davvero.

Giacinto Pipitone

Una risposta a “L’alba, la parabolica e le leggende della F1 La nostra Monza”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.